Calcio, tecnologia e TV. Meglio giovanili e dilettanti - I AM CALCIO ISERNIA

Calcio, tecnologia e TV. Meglio giovanili e dilettanti

Meglio giovanili e dilettanti
Meglio giovanili e dilettanti
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Tecnologia, TV e social condizionano ormai tutti gli sport. Essendo legato al calcio, mi concentro solo su questo mondo per esprimere la mia opinione.

Fin dalla metà dell’Ottocento, quando nei sobborghi di Londra si trova la prima documentazione scritta di una gara, il calcio ha iniziato la sua scalata tra la gente fino a diventare lo sport più popolare al mondo. Oltre all’aspetto tecnico della partita, il fascino cresceva anche grazie agli aneddoti: racconti di trasferte, episodi tramandati di bocca in bocca, resi vivi proprio dall’assenza di immagini. Quel calcio viveva anche fuori dal campo, nelle chiacchiere spontanee tra chi c’era e chi non c’era, in un passaparola che alimentava immaginazione e passione.

Questo spirito è rimasto vivo anche con le prime riprese e la televisione. La prima vera svolta tecnologica in Italia arrivò negli anni ’70 con la moviola del mitico, discreto e pacato Carlo Sassi. I confronti che ne scaturivano il lunedì, in pullman, negli uffici e nei bar diventavano talk spontanei e popolari, con protagonisti gente comune di ogni età ed estrazione. A parte gli esagitati o i tifosi troppo partigiani, erano discussioni genuine che alimentavano socialità e senso di appartenenza.

Poi la TV commerciale, con anticipi, posticipi e programmi collegati, e infine la tecnologia hanno stravolto il corso del calcio. Il pallone, da rito collettivo e popolare, è stato trasformato in prodotto televisivo, frammentato e confezionato. Ricordo un incontro agli inizi degli anni 2000 con un ex allenatore professionista, già calciatore di Serie A. Alla mia domanda su cosa pensasse del calcio moderno, mi rispose: "Non penso e non commento. Il calcio è stato la mia vita, ma io sono legato a quello della domenica alle 14.30, che ormai non c’è più". Allora non capii, oggi dico che ci aveva visto lungo.

Oggi assistere a una partita è diventato pesante: interruzioni continue, check del VAR su gol, falli e rimesse. Arbitri con auricolari, microfoni e persino telecamere sulla fronte. VAR anche in Serie C, con due interventi per squadra. Commentatori che inventano spiegazioni immediate ad azioni e decisioni, spesso dimenticando cosa significhi davvero stare in campo. La vera essenza e il fascino del calcio, per me, si sono persi. Vittime degli spropositati interessi economici: televisioni, scommesse, sponsor, potere finanziario. Il dio denaro oggi è padrone. Ma non per me.

Per ritrovare la genuinità e i presupposti del “mio calcio” mi reco sui campi dove si confrontano formazioni giovanili o dilettanti. Qui la componente umana prevale ancora: protagonisti sono allenatori, giocatori e arbitri (o terne), con la buona fede di sbagliare una formazione, un gesto tecnico, un gol o una decisione. Sugli spalti, oltre agli improperi e agli incitamenti, apprezzo i talk spontanei e rustici tra i presenti, che si esauriscono a fine gara su quei gradini. È un calcio vissuto, non consumato.

In fondo, il calcio è nato per strada e nei campetti. Forse vale la pena ricordarselo ogni tanto.

Essendo comunque un amante del bel gioco, continuo ad assistere anche alle partite di cartello in TV, nella speranza di vedere belle trame di squadra o giocate tecniche individuali. L’ultimo esempio che mi ha emozionato è stato il gol di Politano con la Nazionale: la chiusura di esterno di Retegui nel triangolo mi ha riportato alla memoria Paolo Rossi e il suo assist a Bettega contro l’Argentina ai Mondiali del ’78. Segni che il calcio, a tratti, sa ancora sorprendere e incantare. 

Per quanto scritto, è lampante che il mio amore per il calcio è vivo e continuerà a vivere. Ma mi manca, e molto, quel clima del calcio della domenica alle 14.30. So bene che per qualcuno potrò sembrare solo un nostalgico. Mi sta bene, perché – come disse un filosofo – la nostalgia è la tristezza di una risata. E la risata che ho sulle labbra adesso mi regala un benessere sublime.

Firmato da un nostro lettore: "Uno di quelli che il calcio, e ciò che trasmette, lo ha imparato sui campetti ricavati in strada e non dimentica, a differenza di tanti altri."

La Redazione